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mercoledì 30 gennaio 2013

Giovani rampanti

Condividere la casa con un manager in carriera (e il suo dobermann, che mi dimostra quotidianamente il suo affetto con degli approcci maldestri e ripetuti), mi offre una prospettiva su un mondo, quello dei giovani rampanti, che non conoscevo a fondo. Gli stereotipi ci sono tutti, e lui non fa nulla per smentirsi: giacca e cravatta, locali alla moda, polveri simpatiche, whisky prima di andare a dormire, donne compiacenti che arrivano nel cuore della notte. Eppure la sera, a volte ci ritroviamo a parlare sul divano, e vedo in lui soprattutto la voglia di fare, il coraggio di prendersi tutto cio' che vuole, senza filtri. Cose che spesso si possono comprare, vero. Ma non bastano i soldi per vivere la vita che si desidera. Aiutano certo, ma ci vuole anche una grande forza di volontà, uno spirito da viveur  per stare al mondo nel modo in cui lui fa. Per osare, per buttarsi. Per manovrare l'ingranaggio senza esserne schiacciati. Per fare del proprio lavoro, che lo riempie di frustrazione (e in questo ci ritroviamo) un mezzo, e poco più. Perchè la vita sta altrove.
Bisogna anche campare bene, mi ripete questo ragazzo del sud, migrante come me.

mercoledì 23 gennaio 2013

The dog days

Questo nell'immagine è il mio nuovo coinquilino. 
Un piccolo dobermann di 50 kg, che è l'orgoglio del suo padrone...
Immortalato nella foto uno dei rari momenti in cui non cerca nell'ordine di:
- attentare alla mia incolumità fisica saltandomi addosso
- intimorirmi mostrandomi i denti ringhiando
- scegliere con precisione quasi certosina i miei vestiti preferiti per poi mangiarli con gusto
- reagire in modo indifferente ai miei sommessi rimproveri
- cercare di convincermi di essersi pentito prolungandosi in lunghi momenti di pianto fuori dalla mia porta, chiusa per protesta
- guardarmi con occhio truce mentre provo ad avvicinarmi al suo divano
- portarmi per la centesima volta la sua pallina preferita, per giocare insieme
Inutile dire che sono già pazza di lui.

lunedì 21 gennaio 2013

Lo zen da ufficio

Tra le amenità che ho affrontato nella mia (breve e travagliata) vita lavorativa ci sono alcune cose che, devo ammettere, mi stanno tornando utili nella quotidianità. Non parlo di nuove nozioni o capacità, dato che sono sempre stata sottostimata e quindi sottovalutata, ma di facoltà umane che a contatto con l'aria malsana di un ufficio arrivano a fiorire in modo inaspettato. L'approccio zen alla vita, che ho ricercato per anni, mi si è finalmente rivelato. Non sono serviti gli anni di yoga e le ore di meditazione. Per aprire il terzo Chakra, quello che  ha la capacità di trasformare qualunque evento in energia vitale, in forza e saggezza, pazienza e compassione, è bastato il confronto quotidiano con la cupa ottusità del mondo lavorativo. E chi l'avrebbe mai detto?
Per esempio, nelle lunghe ore passate davanti al computer nel mio bugigattolo, ho appreso non solo a sviluppare l'arte della pazienza e dell'attesa, ma anche, cosa molto più importante, a estraniarmi a tal punto da perdere il contatto con la realtà circostante (e no, non si tratta di sonno rem), lasciandomi trasportare sulle più alte vette del pensiero umano...Tra quei verdi prati della mente, ho lasciato pascolare le mie idee arrivando a compendere il senso del tempo, l'importanza degli attimi di felicità e dell'avere cucinato qualcosa di buono per pranzo. Perchè, ovvio, tra i pensieri più alti c'è chiaramente l'elaborazione di una buona schiscetta, capace di nutrire a fondo anche lo spirito.
Durante gli interminabili meeting ho nutrito la mia capacità d'ascolto, ma soprattutto ho avuto modo di perfezionare il mio sorriso di beatitudine compassionevole, sempre ispirandomi a Budda, di fronte alle trovatine del capo e alle genialate dei colleghi.
Credo inoltre di aver fatto un gran bel passo in avanti sul fronte saggezza, praticando l'accettazione di fronte a cio' che non avrei in nessun modo potuto cambiare: i momenti di team building e le lugubri riunioni settimanali. Ed è proprio durante queste riunioni che ho avuto modo di accrescere  la mia capacità di fare silenzio, inframezzata soltanto da brevi, oculati, e studiatissimi commenti. Delle piccole sentenze, che hanno lasciato spesso perplessi i miei interlocutori. Molto bene quindi per l'aspetto  "alone di mistero", necessario ad ogni rivelazione e ad ogni illuminato che si rispetti.
E, dulcis in fundo, chi avrebbe mai immaginato quale energia vitale si potesse propagare nel momento dell'uscita dall'ufficio! Una forza capace di rinvigorire immediatamente, che spinge di corsa verso altre e più importanti mete,  in un alleggerimento, quasi fisico, dello spirito!
Se non ha del miracoloso questo...


venerdì 11 gennaio 2013

Coraggio e felicità

Ieri sono stata in campagna da alcuni amici che non vedevo da  moltissimo tempo. Loro hanno fatto, tempo fa, una scelta di vita direi radicale, fortemente audace. Nella loro cascina, immersi nella natura, si sono dedicati esclusivamente all'agricoltura biologica. Dalla produzione alla vendita, seguono personalmente tutta la filiera. Una scelta autarchica, che li rende in parte indipendenti dal mercato e da alcune logiche che schiacciano i piccoli produttori; una scelta difficile e faticosa, senza dubbio. Hanno abbandonato il loro lavoro, la carriera, e sono tornati alla terra. Hanno messo in moto vecchie macchine agricole, hanno recuperato un modo di fare le cose forse non più competitivo per la produzione di massa, ma che li ha ripagati in termini di qualità e soddisfazione personale. In mezzo a quei campi, ora a riposo invernale, tra  i frutti del proprio lavoro, hanno ricostruito la loro vita, ritrovando una propria strada. 
Insomma mi sono sembrati estremamente felici. Coraggiosi e felici.

lunedì 7 gennaio 2013

Un anno di lavoro

Questo è stato per me un anno, il primo, di lavoro. Un lavoro iniziato con una formula bizzarra, poi concretizzatosi in un piccolo contratto, scaduto senza grandissimo rimpianto. Un anno passato all'estero, tra difficoltà più o meno grandi, con cambiamenti più o meno profondi. Fare un bilancio totale, personale, sarebbe estremo; mi limiterò però a considerare come questa mia entrata ufficiale in un  mondo fatto di orari precisi, diritti e doveri, e finalmente una retribuzione, sia stata molto differente da come l'avevo immaginata nei lunghi mesi dell'attesa. Sarà la distanza reale, culturale, sociale che separa l'Italia dall'universo fintamente ovattato in cui mi sono catapultata, senza troppa convinzione nè coscienza. Sarà la mia inesperienza di fronte ad un contratto scritto, al do ut des pieno di squilibrio che lega in un'uguaglianza, tempo=denaro, ciò che uguale non è. Sarà  che a destabilizzarmi è anche il fatto che per la prima volta ciò che io ho prodotto è stato riconosciuto ufficialmente come lavoro, degno di attenzione e riconoscimento ma in nulla è stato diverso, per serietà e impegno, alle mie precedenti esperienze a paga zero. Saranno tutte queste cose insieme, ma questo benedettissimo impiego, che ritenevo alla base della soddisfazione e della realizzazione personale, in fondo non ha niente a che vedere con la sensazione di sentirsi parte di un mondo, quello della società attiva e produttiva, che  desideravo tanto provare.
E se il microcosmo dell'ufficio non è che una versione in piccolo della vita comunitaria, allora tutte le dinamiche che in qualche modo ci imbrigliano nella quotidianità non fanno che ripetersi uguali, stancamente, in uno spazio più piccolo e asfittico. La convivialità e la condivisione dall'essere espressione di umanità e socialità diventano strumenti  per accrescere la produttività, in una logica che ha distorto e piegato il piacere di stare insieme in modo spontaneo alla costruzione artificialmente strutturata del gruppo; i  terrificanti  momenti di team building sono l'apoteosi della forzatura. L'apparente autonomia lavorativa non libera dalle pressioni, ma diventa strumento di responsabilizzazione e di disponibilità al sacrificio personale: se il risultato dipende da te, allo stesso modo lo è il fallimento.
Nessuno si sogni di dire una parola, però. L'alienazione in questo caso va di pari passo con l'assenza di empatia: è il mondo del lavoro, baby. E sono parole che ho sentito tante volte, anche, e soprattutto, da chi si trova come me in una situazione di precariato. 
Non ti devi lamentare: c'è chi sta peggio di te.
Non devi essere choosy: le cose stanno così, conviene prendere quello che viene.
Certo, tutto vero, plausibile, accettabile: se il lavoro fosse ricondotto ancora solo ad un semplice mezzo di sostentamento allora non ci dovrebbe essere nulla di cui rammaricarsi nell'accettare ogni modello che ci viene proposto e nel tollerare ogni contraddizione nella forma e nella sostanza di ciò che ci viene offerto, avendo però l'onestà di ammettere che accettare diventa giustificare.
Ci hanno però insegnato che c'è qualcosa di nobile, e non solo di pecuniario, nello spendere il proprio tempo nella vita activa, invece che in panciolle di fronte alla tv, tra una manciata di patatine e una grattata d'ascelle. Che il lavoro ci qualifica nella nostra umanità. Ma il lavoro non è nobile in se'. Per regalare dignità occorre che sia esso stesso dignitoso. Eppure queste parole, per quanto importanti, sono solo parole: ora vige la regola dell'ammettere ogni cosa, ogni situazione, facendosi largo a spallate. Per non essere fannulloni, schizzinosi, difficili. Il conformismo dell'accettazione ci spinge però lontanissimi dall'essere veramente consci e soddisfatti: da lavoratori a risorse umane il passo che è stato fatto non è stato verso un miglioramento.

E certo, il lavoro è importante nella realizzazione personale, ma non basta, se mancano le cose più importanti. C'entra, di certo contribuisce, ma se avessi saputo quanto poco mi avrebbe reso felice quest'anno, l'idea delle panciolle, patatine e grattatina non mi sarebbe risultata così insopportabile come quando credevo che fosse proprio la mancanza di un impiego a negarmi completezza, soddisfazione, appagamento.
Belle scoperte.

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