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martedì 23 aprile 2013

Il maglione peruviano

Non importa che siano in visita in un remoto paesino ai confini della civiltà o ad un meeting nella città più elegante e snob al mondo. Le mie colleghe, quelle apparentemente più intransigenti nonchè socialmente impegnate, si riconoscono al primo sguardo. No, non ne faccio una questione di stereotipo: è una costatazione che nasce da un lungo periodo di osservazione. Il dramma del dress code, del tentare di rappresentare visivamente cio' che si è, nella forma ancor prima che nella sostanza, da queste parti è cosa tenuta in grande, grandissima considerazione. E non è solo da un piccolo particolare, o da un accostamento poco felice, che la loro noncuranza attentamente studiata  si palesa: quì è tutto un fiorire di orecchini pendenti, di cavigliere con campanellini, pashmine dai colori sgargianti, capelli raccolti ad cazzum, orecchino al naso, jeans consunti, baffo selvaggio e maglione peruviano d'ordinanza. Spesso tutte queste cose messe insieme. Impegnate a battersi (anche) contro gli stereotipi, a ribaltare certe concezioni fasulle, queste paladine del buono e del giusto, ma non del buon gusto, hanno delegato in tutto e per tutto la grazia in funzione della causa dell'esibizione della sciatteria come strumento di protesta. Perchè la loro è la divisa dell'anticonformista che non cede alle logiche del mercato brutto e cattivo della moda, ossessione femminile infingarda e superficiale. Loro non si abbassano nemmeno al ricatto dell'estetista, veicolo della nuova forma di schiavitù, quella epilatoria, che imbriglia il nostro essere persone che non vogliono più negare la discendenza dalle scimmie. Oculate consumatrici che spendono metà dello stipendio in capi informi delle solite marche radical-chic per gente alternativa: no, non è cedere ad una forma più subdola di marketing. Non è adeguarsi a una nuova forma di uniformità. Certo, certo.
Per essere diverse, queste care colleghe, sembrano tutte uguali.

sabato 13 aprile 2013

Quasi quasi mi faccio una sauna

Occorre andare a fare la sauna: l'otorino dice che mi farebbe molto bene. Piccolo problema: qui le saune disponibili sono miste e si entra esclusivamente nudi. E che sarà mai, sentenzia chi si crede persona di mondo. E poi mica staranno tutti a guardare: è un fatto culturale, neanche ci fanno caso. Voglio crederci. Stretta nel mio asciugamano, mi approprinquo rasente muri all'entrata della zona benessere, diretta alla sauna. 
La prima scena che mi si presenta agli occhi sono due omaccioni seduti  sugli sgabelli del bar, mentre sorseggiano quello che credo essere un cocktail analcolico. Nudi. Che cavolo, almeno si tenessero addosso la salvietta copripudenda! Voglio la mamma, un costume, delle mutande, un ventaglio, un paravento, un wisky doppio, qualsiasi cosa che mi eviti di osservare e di essere osservata. La porta stagna dietro di me si chiude e posso giurare di sentire delle chiavi che girano nella serratura e degli sghignazzi infernali provenire dallo spogliatoio.
Mi ripeto come un mantra: pensa alla salute, pensa alla salute! Vado avanti: gente che legge sulle sdraio nuda. Gente che discute allegramente, nuda. Gente che entra ed esce dalla piscina termale, nuda. Mi sembrano tutti tranquilli. E nudi. Ma questa gente, va detto, è composta per il 70% da giovani uomini ammiccanti.  Ma chi cazzo me lo ha fatto fare?  si sostituisce al mantra di cui sopra. Occorre però fare i disinvolti, sennò guardano ancora di più, questi assassini della pudicizia. Scelgo tra le millemila saune del centro benessere quella che mi sembra essere la meno affollata ed entro. Sistemo il mio asciugamano sulla panca e mi siedo nella fantastica posizione da contorsionista bulgaro nota come "copriamo l'impossibile": gambe incrociate e braccia strategicamente piazzate nei punti di focale interesse. Più che una sauna sto facendo una sessione di yoga. Ma tengo botta,  tesa come una corda di violino.
C'è chi va a fare una sauna per rilassarsi, ricordiamocelo. Non è il mio caso.
Intanto il mio cervello, che quando serve non c'è mai, decide di non sconnettersi e mi porta a cruciali riflessioni: perchè tolleriamo queste cose, la prossimità, la nudità, solo perchè c'è scritto vietato portare indumenti su un cartello? Quando mai, in altri contesti non codificati, troveremmo normale andare al bar senza vestiti? Se in un luogo pubblico siamo spaventati dalla vicinanza (penso a quello che vedo in metro: più ci si avvicina fisicamente nei momenti di sovraffollamento più ci si ricava un piccolo spazio vitale per evitare ogni contatto, anche solo visivo, con gli altri) come possiamo invece tollerare di stare in una piccola vasca idromassaggio con dei perfetti sconosciuti, nudi? Quando e dove inizia la sfera dell'intimità? Cosa stanno pensando le persone intorno a me?
Gente nuda che osserva gente nuda, facendo finta di non essere nuda, e soprattutto di non osservare: una faticaccia, questa sauna.

domenica 7 aprile 2013

Noches de desenfreno

Mañanas de ibuprofeno, come saggiamente dice la mia coinquilina iberica. E' diventato il nostro mantra domenicale.
Ieri, ad un certo punto di una serata tra amici mi si avvicina una ragazza, che mi chiede in inglese se sono del posto.  No, non sono di qui, le rispondo in italiano. "Ah ecco, mi sembrava, perchè sei una delle poche persone che qui dentro sta ballando". Ballare, attaccare bottone con chiunque: riconoscersi tra italiani all'estero non è poi un'impresa così difficile.

giovedì 4 aprile 2013

Non ne posso fare a meno

Il mio coinquilino dell'est finalmente mi chiede consigli circa la preparazione di un buon piatto di pasta. Non aspettavo altro.
Gli sto col fiato sul collo dall'inizio alla fine della preparazione, visti i precedenti. Insieme, passo dopo passo, ci dilettiamo nella gioia un po' fremente dell'attesa dell'ebollizione dell'acqua, dosiamo accuratamente il sale, gettiamo con entusiasmo la pasta, e la  assaggiamo periodicamente alla ricerca del tempo di cottura perfetto. Direi che ci siamo.
Condiamo con un filo d'olio e una spolverata del suo formaggio preferito, inviatogli dalla famiglia.
Sembra apprezzare. Mi compiaccio. Ma no, è tutta un'illusione.
Perchè a un certo punto, in un modo del tutto inaspettato, si alza da tavola e con tono solenne mi annuncia: "Mi dispiace tanto. Ma non posso farne a meno, non riesco a frenarmi... Devo farlo".  Corre verso la dispensa, prende il pacchetto e inizia a cospargere la sua pasta di zucchero, felice come un bambino. Di fronte a tanta contentezza, sventolo bandiera bianca, depongo l'ascia. Zucchero sia.

martedì 2 aprile 2013

Quando il capo si incazza

Quando il capo si incazza, e questa volta fa impallidire la precedente, la sua rabbia arriva nuovamente sottoforma di mail indirizzata a tutti noi suoi sottoposti, senza nessuna dimenticanza, e si esplicita in un fiume di parole che poco spazio lasciano all'interpretazione.
Un bel regalino pasquale che è capace di contenere in poche righe un rimprovero, un'amara riflessione e una minaccia. Perchè si, il capo fa notare come "alcuni" (si spara nel mucchio) siano molto scrupolosi nell'annotare le ore di straordinario (maddai, ma allora esistono? E io che le consideravo parte della mitologia da ufficio...) ma altrettanto elastici quando si tratta di rispettare l'orario di entrata in ufficio o la presenza in sede.  Il capo paragona il luogo di lavoro ad una specie di porto di mare, dove non si sa mai chi c'è e chi non c'è, ma soprattutto se le assenze durante l'arco della giornata, momentanee o meno,  siano giustificate oppure no. Ma tu pensa... Ciliegina sulla torta, la minaccia: d'ora in avanti il capo veglierà personalmente (telecamere? spie? sensori?) affinchè il codice di condotta sia rispettato con la stessa minuzia dei famigerati certosini dello straordinario. Tiè. 
Uhm.
Vista la mia totale estraneità a queste logiche d'accattonaggio impiegatizio, e ai tentativi di fare la cresta sugli orari e straordinari, (tra queste quattro mura ci sto invecchiando), un bel e sticazzi di fronte a cotanta mail ci starebbe pure bene. Ma sta di fatto che l'italiana tanto gentile e decorativa, pure se sottovalutata ed incompresa, si becca in ogni caso il cazziatone globale e viene inserita nel girone dei fancazzisti da ufficio come tutti, senza aver commesso peccato, anzi essendo fin troppo onesta e decisamente in credito.
Qui tocca veramente iniziare a farsi furbi.
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