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lunedì 23 febbraio 2015

Ti telefono o no?

Prima di lanciarmi nel turbine (si fa per dire eh) di colloqui e dei resoconti che vi farò, ho una questione per voi cari lettori.
Ecco il quesito-premessa: dopo quanto tempo da un colloquio ritenete che l'assenza di una risposta equivalga a un no?
Di norma, nelle mail di risposta alle application fatte in questi anni (maronn...), la riposta varia dalle 2 settimane a un tempo tutto sommato prestabilito. Passata la scadenza o si riceve una risposta negativa o è comunque implicito il fatto di essere stati scartati. Mi sembra lapalissiano.
Ora arriviamo alla domanda vera e propria. Vi è mai capitato di ricontattare chi non vi ha risposto nel tempo previsto?
Di norma, penso io, se il datore di lavoro è ben predisposto è nel suo interesse contattare il candidato prescelto nel minor tempo possibile, è una legge di mercato. Poi possono esserci delle lungaggini nel processo di selezione, candidati che accettano e poi rifiutano, selezioni complesse. Ma se chiama nei tempi bene, se no, per me, è andata (male).  Invece, parlando coi mie amici stranieri, di diverse parti d'Europa, per loro il richiamare è una cosa normale e all'ordine del giorno.

venerdì 20 febbraio 2015

Chiedetemi se sono felice

In un certo qual modo, e mi prendo qualche licenza di drammatizzazione, la disoccupazione porta ad essere considerati da alcuni come relitti della società. Ne vedo i contorni quando mi ritrovo costantemente a dover affrontare gli stessi sguardi di pietà misti ad apprensione e le solite domande insistenti, incalzanti: Allora hai trovato lavoro? Stai cercando? Niente di male, mi si dirà: trattasi di umana pietas.
Eppure è difficile ogni giorno lottare con facce contrite e piene di una compassione che non credo di meritare, perché in fondo non mi sento infelice. Anzi. Ed è difficile iniziare la conversazione sempre allo stesso modo: Ciao, allora hai trovato? E a provare di conseguenza, come già detto, a dover giustificare il proprio tempo, le proprie occupazioni.
Io cerco sempre di mostrarmi positiva e propositiva, e lo sono davvero, ma, ammetto, questa cosa mi sta stancando. Mi sta stancando al punto di voler evitare queste persone, amiche o quasi, e di preferire la solitudine. Penso poi che forse ci sia qualcosa di storto in me: non mi salterebbe mai in mente di spingere così tanto su di un argomento delicato con una persona che sta affrontando una difficoltà. Chiederei altro, ad esempio. Ma evidentemente il mondo non va così. E io non so difendermi da questa cosa, ma devo proteggere questa serenità che sento, in qualche modo.

giovedì 12 febbraio 2015

Il colloquio al buio

Via FFFound
Mando decine di curricula, che non si sa mai. A sparare un po' nel mucchio, oltre che ad obiettivi ben mirati, magari ne esce fuori qualcosa. Solo che poi mica ricordo esattamente la posizione per la quale mi ero candidata, è un classico da commedia degli errori. E tra un po' infatti ho questo colloquio al buio. Del tipo che so l'ora e il posto, ma mi sfugge il perché e di che cosa stiamo parlando. Di solito se mi rispondono dopo un paio di settimane dall'invio me lo ricordo, ma in questo caso specifico è nebbia in val padana. Lavapiatti, centralinista, volto dell'azienda: difficile capire. Va da sé che a chiederlo ci farei la figura della svampita disperata, cosa che in realtà sono. Ma qui bisogna sempre fingersi stocazzo, è nella logica del  mercato, quindi glissons, e via a mo' di kamikaze, che è una filosofia di vita per certi versi liberatoria anche se con limitate soddisfazioni sul lungo periodo.
Comunque boh, vado, vedo, e vi dico.
Poi devo anche fare conoscenza con dei tizi di un'agenzia interinale che mi scrivono codeste parole accattivanti: "L'impiego per cui hai fatto domanda non è stato ancora confermato dal nostro cliente, ma noi ti vorremmo incontrare per un colloquio nella nostra agenzia". Cioè, il lavoro di fatto non c'è, ma vogliono portarsi avanti, se ho capito bene. Grandi speranze all'orizzonte, proprio.
Dice l'ottimista: ma allora vedi che le cose si stanno muovendo?
Raga, intanto mi sto guardando Sanremo. Erano anni che non lo facevo. Fate un po' voi.

lunedì 9 febbraio 2015

Senilità

Da qualche tempo a questa parte hanno iniziato a chiamami signora. Non so cosa sia successo di preciso, ma temo di aver avuto un cedimento strutturale visibile a occhio nudo. Prima era  tutto un "tu", ora quando mi si rivolgono cerco sempre quella signora a cui parlano, e realizzo che quella là, beh, son proprio io. Mhhh. A quanto pare sto galoppando nelle praterie della maturità.
Poi ci sono le persone ben oltre la maturità che nelle sale d'attesa ti attaccano il bottone infinito della loro vita, e tu stai lì ad ascoltare tutte le loro magagne. Poi, finito di assorbire ogni energia residua d'ascolto e empatia, queste specie di asciugatutto emozionali se ne vanno via. Senza salutare. Dopo esserti passati davanti alla coda. True story. Ma io dico, chi cazzo me lo fa fare di starvi a sentire se non l'idea che forse non avete altri interlocutori e che un giorno magari sarò io quella ad ammorbare il prossimo con le mie storie di vita vissuta? In fondo, lo sappiamo, è tutto un dare e un avere. Ma non passerò avanti a nessuno, è una promessa.
Poi vado al supermercato e incontro un anziano tutto sorridente, intento a mettere via la sua piccola spesa. Non ha fretta. Lo seguo con gli occhi mentre si avvia verso la sua piccola utilitaria, sistema i sacchetti nel bagagliaio, e si mette alla guida, col suo berretto in testa, e con quell'espressione di felicità e serenità che capita raramente di vedere. In chiunque. Forse è allegro per questa piccola conquista quotidiana, l'indipendenza, la capacità di fare le cose da solo.
E mi si stringe, e molto, il cuore.
Niente, sto invecchiando.
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